Comune di Torretta 
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La Storia di Torretta


Dal Belvedere adiacente la Scuola, in piazza Vittorio Emanuele si può osservare uno splendido panorama; questo “balcone nel vuoto” abbraccia la posizione fisica ma anche la storia di Torretta: si parte dalla valle del torrente Ciachea, poi i monti Zarcate e Columbrina, dove sono stati ritrovati i resti millenari di una misteriosa città sicana, al casale arabo di Recalzarcate, la “Turricula” medievale che proteggeva la terra baronale, continuando verso settentrione, questi monti si restringono in una sorta di gola che lascia intravedere il mare e infine ritorniamo sul nostro punto di osservazione dove un tempo c’era il famoso castello dei Tomasi di Lampedusa.
Torretta, comune di circa 3000 abitanti, sorge alle falde del Monte Canalicchi, non lontano dal Mar Tirreno e dalla città di Palermo, a 313 metri di altitudine. Dista da Palermo 18 Km., da Carini 5 Km., dallo scalo ferroviario Km. 8. Ha un territorio di 3.300 ettari, in gran parte roccioso e arido e solo in minima parte occupato da oliveti o albereti. 
Nel corso della sua storia Torretta, prima come feudo, poi come baronia ha avuto la prerogativa di appartenere a famiglie tra le più nobili della Sicilia, i Grifeo, i Santapau, i Traina ed infine, per quattro secoli, i Tomasi di Lampedusa.
Fu fondata nel 1599 dal nobile Arrigo Traina (che l’acquistò da Calce rando Santapace, Signore della Contea di Capaci, che, a sua volta, la aveva acquistato da Giorgio Graffeo, cui l'aveva concessa in vassallaggio il Re Martino) la baronia del Falconiere e della Turricula o Turrecta.
Da Arrigo Trajna l'ereditò il figlio, Rev. Don Francesco, poi Vescovo di Agrigento, e da questi il fratello Giuseppe Antonio, dal quale la ereditò la figlia Rosalia, che alle sue nozze la offrì in dote a Giulio Tomasi-Caro, da Carlo lI, nel 1667, insignito del titolo di Principe di Lampedusa e Mar chese della Turrecta.
Sin dalla sua origine Torretta fece parte dell'agro palermitano, e i suoi abitanti erano pure detti «cives panormitani», come si rileva da innumerevoli documenti.
Al Barone di Torretta, spettava un posto nel Par lamento Siciliano.
Nel 1820 il Casale di Torretta fu eretto in Comune auto nomo della Valle (oggi Provincia).
A poca distanza dall'abitato esiste una fonte di acqua det ta “della Favarotta», della quale Vito Amico, nel suo Diziona rio Topograflco, Cars. Sic. 79, tradotto da D. Di Marzo, ediz. 1856, afferma che «gli infermi sperimentano salutare e pur gativa». Nei pressi di questa fonte si trovano profonde grotte, ricche di preistoriche stalattiti. Torretta appartiene alla Provincia di Palermo e dal 1844 all’Archidiocesi di Monreale. Prima di quell'epoca fece parte della Diocesi di Mazara del Vallo e comprendeva nel suo distretto parrocchiale anche la frazione di Sferracavallo, successivamente ag gregata al Comune di Palermo.

Testimonianze del passato

Di rilevante interesse è il patrimonio artistico di questo centro suburbano, costituito dal Santuario della Madonna delle Grazie e dai tesori d'arte diligentemente raccolti ed accura tamente custoditi in esso e nel piccolo Museo, annesso al Santuario.
Oltre a vari preziosi cimeli del Santo Cardinal Tomasi e di altri Servi di Dio, vi sono custodite sei Bolle di Papa Cle mente XI, una di Papa Pio VII, due grandi tele di P. Mangano, una di G. Testa, una piccola di G. Martorana, un’altra cin quecentesca di ignoto autore, pregevoli statue lignee del '600 e dell'inizio del '700, altra del Bagnasco, il grande Reliquiario col Crocifisso, donato dal Principe Giulio Il Tomasi nel 1756, una grande cappella del Coro, tipica dei Cappuccini, opera di artigianato siciliano della fine del '500; il grande rilievo con trono della Madonna di Valverde; il candelabro per il cero pasquale e sei candelabri per l'altare maggiore, in bronzo dorato, copia dei celebri candelieri del Fontana, che si conservano nella Certosa di Pavia.
Faceva parte del patrimonio artistico locale il monumentale castello della fine del '400, dei Baroni Trajna, trasferito poi con la Signoria di Torretta ai Principi di Lampedusa. In esso vissero il Santo Giuseppe Maria Tomasi e la sorella Isabella. monacatasi poi nel Monastero delle Benedettine di Palma Montechiaro col nome di Suor Maria Crocifissa, grande mistica, definita «la Maria Teresa di Sicilia», le cui virtù la Chiesa ha definito eroiche; anche Giuseppe Tomasi, autore de “Il Gattopardo” ritorna con la memoria a “questa casa di Torretta” dove solevano soggiornare e lo fa in maniera esplicita nei suoi “Ricordi d’infanzia” e in maniera implicita nel suo capolavoro.
Purtroppo questo Palazzo dei Principi di Lampedusa venne raso al suolo nel 1954. Era situato all’estremità del centro abitato, all’uscita della stradale che conduce a Carini. Aveva le caratteristiche del grande palazzo signorile tardo barocco con fondo bianco ed elementi architettonici di colore grigio. Si estendeva su un’area di circa 800 mq. che inglobava i resti del preesistente castello feudale e dell’ancora più antica “Turricula”.
Al suo posto è stata costruita la Scuola Elementare che allo stato attuale funge anche da Scuola Media Statale.
Di recente è stato realizzato un magnifico Belvedere adiacente alla Scuola, che consente di godere di una vista mozzafiato sul Mar Tirreno.

Santa Maria Maggiore ad “nives”

La cittadina di Torretta sin dalle origini è stata sempre un attivissimo centro di devozione mariana, tanto da meri tarsi il bel titolo, che ancora oggi le viene attribuito, di «Badia della Madonna».
Le prime sei chiese, fondate nel territorio della Baronia di Torretta, furono tutte dedicate alla Madonna; la primitiva chiesa parrocchiale fu dedicata a S. Maria Maggiore, ad Nives, e secondo la tradizione, da Papa Clemente XI fu deco rata delle insegne pontificie (Somme Chiavi e Tiara sullo stem ma del nome di Maria, sotto il quale sta il Cuore immacolato della Vergine, trafitto da una triplice spada).
Il culto dell’Immacolata è profondamente radicato a Torretta dove ogni anno in una cappella di questa piccola chiesa si svolge la novena in onore della Madonna, al termine della quale il prezioso simulacro è trasferito nel Santuario della Madonna delle Grazie dove viene celebrata in forma solenne la festività dell’8 Dicembre.
Sempre in onore dell’Immacolata a conclusione del grande Giubileo del 2000, indetto dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dietro iniziativa dell’Arciprete Rev: Don T. D’Amico con il patrocinio del Comune di Torretta e con la collaborazione di tutti i cittadini (anche quelli residenti all’estero), è stato innalzato un monumento in onore di Maria SS. Immacolata, nella Piazza Vittorio Emanuele; la statua in bronzo è stata eseguita dallo scultore Prof. Salvo Salvato. L’inaugurazione è avvenuta l’8 dicembre 2000 con la benedizione di sua Ecc. Mons. Pio Vittorio Vigo Arcivescovo di Monreale che insieme ai cittadini di Torretta hanno acclamato l’Immacolata “Regina e Signora della Cittadina di Torretta”.

Il Santuario delle Grazie

Per l'accresciuto numero di fe deli, fu iniziata nel 1636 la costruzione dell'attuale chiesa par rocchiale, completata solo nel 1712, per la generosità del Santo Tomasi, che inviò all'uopo 1.000 scudi a Torretta, e fu inaugurata nel 1720 sotto il titolo «S. Mariae omnium Gra tiarum seu Visitationis B.M.V.», titolo che fu assunto anche dalla parrocchia, come appare dagli innumerevoli atti che si conservano in archivio.
La chiesa-Santuario di Santa Maria di tutte le Grazie di Tor retta misura m. 30 x 10,50 X 28, e nella sua struttura ri pete le caratteristiche dell'arte romanica. E’ stata affrescata nel 1954 da G. Bellavista, pronipote del celebre siciliano Paolo Vasta e discepolo di Giuseppe Sciuti. L'arte del Bellavista ricorda la scuola di G.B. Tiepolo.
Tutti gli affreschi cantano le glorie dell'Eucarestia e della missione di Maria dispensatrice di tutte le grazie.
Contribuiscono ad accrescere lustro e decoro al Santuario l'immagine della Vergine delle Grazie, sull'altare maggiore; la preziosa immagine in legno, con artistico trono, della Madon na di Valverde, patrona di Torretta; la reliquia del braccio destro del Santo Giuseppe M. Tomasi, concessa dalla Sacra Congregazione dei Riti con decreto del 17 novembre 1948 Tra le altre preziose reliquie del Santo: l'ermellino cardina lizio, il testamento olografo, alcune bolle pontificie, di cui lo degnò Papa Clemente XI; un pregevolissimo Crocifisso in le gno, a grandezza naturale, donato dal Principe Giulio Il Tomasi, pronipote del Beato nel 1756; la statua del Patrono S. Calogero, opera del Bagnasco; la Via Crucis in bronzo, opera insigne della ditta Prinotti di Mondovì, donata dai concittadini d'America; i sei grandiosi candelieri in bronzo dorato per l'al tare maggiore, copia dei celebri candelieri del Fontana, che si conservano nella Certosa di Pavia.
Il centro e il maggior tesoro del Santuario è l'ampio ta bernacolo dell'altare maggiore, all'interno in argento dorato finemente cesellato, con porticina di sicurezza, in cui si con servano le Ostie consacrate.
Di recente è stato ultimato un complesso programma di restauro delle facciate condotto dalla Soprintendenza ai Monumenti che ha ridato luce a questo pregevolissimo monumento intimamente legato alla storia religiosa e artistica di Torretta.

La zona archeologica in contrada «Rosa-Columbrina»

Alle falde del Monte Columbrina, su un altipiano volto ad oriente, in contrada «Rosa», territorio di Torretta, si trova una zona archeologica, ove sono state riscontrate tracce di un centro antico con abbondantissima ceramica greca e romana di varie epoche, vetro e pasta di vetro, oggetti in metallo, tracce di antiche costruzioni, monete di bronzo e frammenti di ce ramica aretina.
Sembra che il centro abitato non si limitasse solo al pia noro, dove è probabile invece che sia sceso; esso saliva sul dolce pendio occidentale di monte Columbrina e si allungava su un altipiano verso oriente (contrada Rosa).
Così almeno sembrano suggerire ritrovamenti di nume rosi frammenti di ceramica.
In tal modo la città usufruiva di un luogo elevato alle falde meridionali di monte Columbrina e si affacciava a valle del versante che guarda verso Carini. Il luogo, infatti, mo stra di essere stato occupato dal VI secolo a.C. al III seco lo d.C.
Non è escluso perciò che uno scavo possa mettere alla luce resti notevolmente anteriori al VI secolo a.C. Tracce di ossidiana e di selce lavorata sul terreno della contrada Rosa rappresentano di già un indizio per tale ipotesi.
La città sicana di Hykkara, di cui parla Tucidide, dovrebbe verosimilmente trovarsi alle pendici e a valle di monte Columbrina.

San Calogero Eeremita, patrono di Torretta

Non si sa con certezza se la patria di S. Calogero sia stata Costantinopoli o Calcedonia. Il Breviario Romano, approvato dal Sommo Pontefice Clemente VIII, lo vuole nativo di Costantinopoli; ed è perciò che noi lo diciamo costantinopolitano.
I suoi genitori erano pii e onesti. Sono queste le due grandi qualità indispensabili a coloro che attendono alla edu cazione dei figli. Perciò, appena ebbero questo figlio, si ricor darono del loro grave dovere di educarlo cristianamente nel timor di Dio, e il bambino, docile ai loro insegnamenti, ap prese dalle loro labbra le prime preghiere e le prime nozioni sulla religione cristiana.
Dopo questo magistero elementare ricevuto in famiglia, passò a quello di sacerdote. Così si spiega la sua vita solitaria e contemplativa, alla quale si dedicò fino alla morte.
Alla luce della verità rivelata, si esercitò in tutte le virtù che formano l'uomo santo. Si applicò pure alla mortificazione della carne, dandosi ad una rigorosa penitenza, digiunando ogni giorno, eccetto la domenica. E fece così in tutta la sua lunga vita.
Spendeva gran parte del suo tempo nella meditazione, spe cialmente della Passione di nostro Signore Gesù Cristo.
Da questi pochi cenni si vede chiaro che il nostro Santo, fin dalla primavera della sua vita, s'era consacrato interamente a Dio, e che il mondo non era fatto per lui.
Una misteriosa voce interiore lo invita a recarsi nella solitudine, per vivere in compagnia del suo Dio, nella pace della foresta, lontano dal tumulto del mondo. La solitudine l'attrae e l'affascina irresistibilmente, promettendogli pace e serenità. Egli ubbidisce alla divina chiamata; lascia i parenti e il luogo natìo e va a nascondersi in un deserto, lontano, per sentire più vicina la presenza di Dio.
Prima, però, si reca a Roma, in devoto pellegrinaggio, e si presenta al Sommo Pontefice, rivelandogli il suo ideale, per conoscere meglio quale sia la divina volontà. L'umilissimo Santo diffida di sé e si affida al Vicario di Gesù Cristo. Il suo progetto viene approvato e riconosciuto come manifesta zione della divina volontà; e gli viene confermato col suggello della benedizione apostolica.
Ormai sa ciò che Dio vuole da lui; radiante di gioia inef fabile indossa un saio, che è la divisa dei soldati di Cristo. Così va a seppellire la sua fiorente gioventù tra le rocce e gli alberi di un luogo solitario, in mezzo alla natura selvaggia, che esercita un fascino irresistibile nelle anime elette.
Qui, dove manca tutto e dove sono tutte le privazioni, il giovane eremita trova la sua piena felicità; e bene a ragione, perché vi trova il suo Dio, fonte di ogni felicità.
Si applica tutto alla meditazione delle divine verità ed alla preghiera assidua, versando molte lacrime di consolazione. Si dà alla penitenza con austerità, non nutrendosi che di ra dici e dissetandosi con l'acqua dei ruscelli. Ed è così che, se è estenuato nel corpo, è corroborato nello spirito; perciò in quella orrida solitudine, vive ore di cielo. Da tutto ciò che lo circonda trae argomento per sollevarsi a Dio, e vivere in lui in piena felicità.
Poi Dio gli parla al cuore e gli rivela la sua volontà: lo vuole impegnato a svolgere l'apostolato in Sicilia. Non l'ha condotto nella solitudine che per prepararlo alla grande opera della salvezza delle anime. Perciò il santo anacoreta si mette in viaggio.
Il primo campo del suo apostolato è l'isola di Lipari, dove dimora molti anni. Predica a quella gente; per essa edifica una chiesa; vi opera molti miracoli; e perciò viene tenuto da tutti in grande venerazione.
Si narra che un lontano parente di San Gregorio, di ritor no dalla Sicilia, dove aveva riscosso i tributi reali, approdò una volta a Lipari. Avendo udito parlare tanto dell'uomo di Dio, volle conoscerlo. Il santo eremita l'accolse benignamente, e tra le altre cose gli parlò della morte del re Teodorico, avve nuta il giorno innanzi, all'ora nona, cioè alle ore tre pome ridiane. Disse d'aver veduto Teodorico, discinto e scalzo pre cipitare dentro il cratere del vulcano, spintovi dal Papa Gio vanni, e dal patrizio Simmaco, che egli aveva fatto uccidere.
La notizia di questa morte, riscontrata poi vera, dimostrò vera anche la terribile visione del Santo circa l'eterna danna zione di Teodorico. La morte di questo Re inumano avvenne nell'anno del Signore 506. Questa data ci fa comprendere che S. Calogero visse nel secolo sesto dell'era volgare. Altri sostengono, invece, che fu mandato in Sicilia da S. Pietro, insieme con i santi Filippo d'Agira, Onofrio di Sutera ed Archileone di Paternò, per evangelizzare gli idolatri dell'isola.
Quando San Calogero lasciò Lipari, si trasferì in Sicilia, dove era maggiore il bisogno e più vasto il campo del suo apostolato. Appoggiato al suo bastone, andò per valli e per monti, lasciando dovunque orme indelebili della sua santità e del suo potere taumaturgico.
Si fermò a Sciacca; ma, sempre amante della solitudine, si recò sul monte Cronio che sovrasta la città, chiamato dagli arabi «delle Giummarre» (Gemmar in arabo vuol dire palma).
Si diede subito all'apostolato, illuminando le anime alla luce del Vangelo, scaldandole colla fiamma della carità, rige nerandole colle acque salutari del battesimo e guarendone i corpi infermi di malattie talvolta incurabili.
Il primo che egli convertì e battezzò fu un tale Arcario.
S. Calogero visse 35 anni nelle grotte di Sciacca; pieno di carità com'era, fece conoscere a quei cittadini la virtù tera peutica di quelle acque salutari, che da lui hanno preso il nome.
Quando il santo vecchio sentì vicina l'ultima sua ora, si dispose al suo viaggio verso il cielo, da lui fervidamente bramato.
Narra una pia leggenda che egli si nutriva col latte di una cerva a lui tanto affezionata. Un giorno se la vide arrivare ferita e tutta sanguinante e morire ai suoi piedi. Era stato Arcario sagittario, che, durante la caccia, l'aveva colpita a morte, e l'inseguiva, per impadronirsene, fino alla grotta del santo eremita, il quale lo rimproverò della uccisione della povera bestiola. Arcario gli domandò perdono ed il Santo glielo accordò ben volentieri e gli fece conoscere le virtù salutari di quelle acque termali, che tanto bene hanno arrecato a molti sofferenti.
Arcario, poi, quando tornò a trovalo, lo vide già morto in ginocchio a piè di un altare che egli stesso si era edificato dentro la caverna dove aveva abitato, e dove soleva celebrare la santa Messa. Aveva la fronte eretta e le braccia aperte quasi per indicare la via del cielo.
Torretta ora si gloria di averlo suo celeste Patrono: ne impone spesso il nome a suoi bambini nel battesimo e narra, con gioia e gratitudine, le grazie ottenute dal suo valido pa trocinio.
Noi lo chiamiamo Calogero. Ma questo non è in verità il suo nome di battesimo, ma della sua professione religiosa. Il suo nome di battesimo non lo conosciamo; Calogero è un nome greco composto di due parole: Kalòs, che vuol dire bello, buono; ghéron, che significa vecchio. Perciò si traduce: Buon Vecchio.
Sotto questo nome erano intesi, presso i Greci, i monaci e i solitari, alla cui classe apparteneva il nostro Santo. Di que sti «Calogeri» ne vennero parecchi in Sicilia dall'Oriente, e tutti di santa vita.
Ciò spiega l'origine delle diverse leggende popolari, di cui sono protagonisti i vari «Calogeri», attribuendo a uno ciò che era proprio degli altri. Però quello che rimane più famoso è il «Calogero» di Sciacca, per il culto con cui è stato sempre onorato, per le tradizioni venerande che se ne conservano e per le acque termali e stufe minerali che vengono indicate sotto il suo nome. Ed è così che da lui prese il nome quel monte,dove si vuole che egli abbia più lungamente dimorato e si trovi sepolto il suo corpo.
Torretta scelse il San Calogero di Sciacca a suo celeste Patrono e lo venera con devozione, celebrandone la festa con grande solennità.
La cerbiatta, che si vede a piè della statua del Santo, ricor da quella che gli era tanto familiare. Nello stesso tempo è il distintivo dei Santi che hanno condotto vita eremitica.
In onore di San Calogero, Patrono di Torretta, ogni anno vengono celebrati solenni festeggiamenti.
La devozione a San Calogero è stata introdotta a Torretta dal Rev. D. Simone Giallombardo da Naro, che resse dal 24 marzo 1658, in qualità di Curato-Vicario Foraneo, la Parroc chia di Torretta.
Il 2 settembre 1677 la Parrocchia fu elevata al grado di Arcipretura e ne fu primo Arciprete lo stesso Don Simone Gial lombardo.
La statua del Patrono, opera del Bagnasco, fa parte del pa trimonio artistico del locale Santuario delle Grazie.
Durante le feste celebrate in onore del Patrono San Calo gero, fino agli anni '40, si svolgevano le corse dei cavalli senza fantini; la corsa dei bàrberi.
La competizione si svolgeva lungo il percorso della Via Nova, oggi via Carlo Alberto, bordato da due cordoni, e ad ogni corsa partecipavano due o tre cavalli senza fantini. Era uno spettacolo straordinario e avvincente che faceva risaltare le doti agonistiche dei più bei cavalli del paese, lanciati al ga loppo sino al nastro rosso del traguardo.
Purtroppo oggigiorno non è più possibile organizzare simi li corse, nemmeno con fantini (per le prescrizioni imposte dalle vigenti leggi).

Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Era nato a Palermo nel 1896, nel palazzo di via Lampedusa, da Giulio Tomasi Papè e da Beatrice Mastrogiovanni Tasca e Filangeri. Durante la prima guerra mondiale, appena diciannovenne, interrotti gli studi, partì volonta rio e fù arruolato come tenente di artiglieria com battendo sul fronte austriaco dove fii fatto prigio niero e portato in Ungheria. Tentò diversi piani di fuga e dopo drammatiche vicissitudini riuscì a fuggire e fece ritorno in Italia con una lunghissi ma marcia forzata, quasi sempre a piedi. Giunse a casa lacero, sfinito, irriconoscibile.
Riprese gli studi, conseguì la laurea in giu risprudenza e fino al 1925 rimase nell'Esercito come ufficiale effettivo col grado di Tenente. Poi, congedatosi, intraprese lunghi viaggi in Europa, agevolato dalla perfetta conoscenza della lingua francese e inglese, spin gendosi fino in Lettonia.
In uno di questi viaggi conobbe in Inghilterra, presso lo zio ambasciatore Pietro Tomasi marchese della Torretta, la baronessa baltica Alessandra Wolff Stomersee che sposò a Riga nel 1932.
Lei era un'insigne psicanalista e condivideva col marito l'amore per la let teratura, per i viaggi, ma anche un senso di riservatezza, di aristocratico distacco dal mondo.
Dopo l'ultima guerra lo scrittore attraversò un periodo di depressione profonda, senza conforto: la sua casa − come egli chiamava il sontuoso palazzo di via Lampedusa − venne rasa al suolo nel corso di un 'incursione aerea americana: «Le bombe trascinate da Oltreatlantico − come egli stesso osserverà con amarezza − la cercarono e la distrussero...»
Rimase solamente un rudere nel centro storico di Palermo, un rudere al quale il ricordo tornava continuamente evocando la grande casa settecentesca con le due corti, la fontana di maiolica di uno dei cortili, l'arredamento in stile Luigi XV, tutto bianco e oro, il salone da ballo al quale è dedicato uno dei Capitoli più noti del romanzo...
Era venuto a perdere repentinamente tutto un patrimonio spirituale di ricordi e memorie accumulato nel corso dei secoli ed anche tutto il resto, biblioteca, quadreria, archivi, mobilio, collezioni d'arte e raccolte d'armi.
Non furono il "volo dei feudi" né la perdita della ricchezza avita quanto la distruzione della casa di via Lampedusa a dare allo scrittore la sensazione materiale di un crollo esistenziale che con la fine di sé stesso e della sua fami-glia coinvolgeva quello di un'intera classe sociale. Non sapeva rassegnarsi. era una ferita dell'anima dalla quale capiva che non si sarebbe più liberato.
Aveva avuto sempre in mente di scrivere qualcosa sul suo antenato Giulio Tomasi, l'astronomo, e sulla Sicilia al tempo dello sbarco di Garibaldi: a questo punto decise di mettersi al lavoro e dare il via alla sua vicenda letteraria desti-nata a restare nei tempi.
Il Gattopardo nacque così: scavando idealmente tra le macerie della sua casa distrutta egli suscitava memorie del tempo andato che ormai appartenevano ad un mondo scomparso per sempre di cui egli, nell'impossibile stabilità delle cose, avvertiva l'obbligo di conservarne almeno il ricordo umano e “larico". Testimone di un passato più autentico che vedeva naufragare nell'incalzare di nuovi tempi, tempi della negazione di tutti i sentimenti, di tutti i valori di una società borghese omologata e massificata.
Il tormento per la perdita delle radici fu forse mitigato negli ultimi anni dalla certezza della resurrezione poetica della sua Casa operata nel romanzo, autentica saga di famiglia negli echi, nei richiami, nei riferimenti ad una storia familiare in cui era adombrata la storia della fine di un grande casato di cui, con struggente consapevolezza, egli sapeva di essere l'epigono, l'ultimo depositario.
Già in una precedente opera tutta stillante di umori prustiani, "I luoghi della mia prima infanzia" (1955), sull'onda emotiva di ricordi familiari l'Autore aveva dato vita ad una sorta di suo personale "museo d'ombre" fatto di sensazioni e di emozioni rivissute nello sfondo delle dimore che gli erano state più care, prima fra tutte, la preferita, quella materna di Santa Margherita Belice. Non manca, nel quadro di queste consuetudini familiari fissate alle soglie della loro scomparsa, un fuggevole accenno anche a Torretta "...Ma la casa di Palermo aveva anche delle dipendenze di campagna che ne moltiplicavano il fascino. Esse erano quattro: Santa Margherita Belice, la Villa Di Bagheria, il palazzo a Torretta e la casa di campagna di Reitano. Vi era anche la casa di Palma di Montechiaro ma in quella non andavamo mai...
Il ricordo di Torretta ritorna, assai più insistente, nel Gattopardo,anche se non in modo esplicito ma solo per allusioni com’è nello stile del Lampedusa. Infatti dal feudo di Falconeri egli trae il nome patronimico per la famiglia di Tancredi, suo nipote e pupillo; e vi ritorna nel capitolo dove descrive l’antichità di casa Falconeri (nel dialogo con Don Calogero Sedara per il fidanzamento del nipote) in cui il principe accenna alle cariche e alle onorificenze dei Falconeri come quella di Pari del Regno.
L’allusione al feudo di Falconeri di Torretta è molto evidente, è una delle tante trasposizioni fra episodi, storie e ricordi familiari di cui il romanzo offre gran numero di spunti, il più noto dei quali è il nome di Donnafugata che sta per Palma di Montechiaro, mentre Torretta andrebbe forse ricercata nella descrizione del San Cono di padre Pirrone: '. . Quel paese piccino piccino che adesso, in grazia degli autobus è quasi una delle spie-satelliti di Palermo ma che un secolo fa apparteneva, per così dire, ad un sistema planetario a sé stante, lontano com'era quattro o cinque ore-carretto dal sole della Capitale...".
Com'è noto, Giuseppe Tomasi non riuscì a vedere la pubblicazione del Gattopardo, respinto da due importanti editori che diffidavano di un nome sconosciuto alla cultura accademica e agli ambienti letterari ufficiali.
Qualcuno però si accorse di quella perla rara e il romanzo fu pubblicato, riscuotendo un successo immediato. Ma per Tomasi, stroncato da un male incu rabile, era già troppo tardi. Nel luglio 1957 mori in una clinica romana, a sessantun anni di età. Venne seppellito a Palermo, ai Cappuccini, un piccolo cimi tero dai profumi lievemente putridi, proprio come egli aveva descritto il giardi no di villa Salma ai Colli...
Singolare coincidenza: proprio in quel tempo, l'Amministrazione Comunale di Torretta faceva abbattere l'antico palazzo dei Tomasi principi di Lampedusa, considerato come un residuo dei secoli scorsi, privo di significato, di interesse e di valore artistico.

Giuseppe Maria Tomasi, il Cardinale Santo

Fin dal 700 i Lampedusa erano stati chiamati "razza di Santi" e la loro fama era quasi interamente legata alla loro religiosità: dal Beato Pietro Tomasi Vescovo di Famagosta e Patriarca di Costantinopoli, morto nel 1366, a di altre figure di frati, suore, canonici , cardinali e servi di Dio, rivestiti del cari della Santità che affiora in quasi tutte le generazioni ed ha scritto molte pagine della storia della famiglia Tomasi.
Come Giulio Tomasi, il Duca Santo dalla vita austera e castigata, autore della trasformazione dell'antico palazzo ducale di Palma in monastero benedettino nel quale, travolte da fortissima crisi mistica si ritirarono a vivere in clausura sia la moglie Rosalia Traina, baronessa di Torretta (Suor Seppellita), che le quattro figlie e, tra queste, Isabella, entrata in monastero appena quattordicenne (1659): sotto il nome di suor Maria Crocifissa (ricordata nel Gattopardo come la Beata Corbera), trascorse la sua vita monacale in straordinario misticismo ed aspre penitenze e nel 1797, a meno di cento anni dalla morte, fu proclamata Venerabile in seguito a processo di beatificazione.
Ma la vera gloria di casa Tomasi nel campo ecclesiastico va ricercata nella generazione successiva al Duca Santo, nel figlio Giuseppe I Tomasi Traina (1649-1713) il quale, per seguire la sua vocazione religiosa, rinunziò ai diritti di Primogenitura in favore del fratello Ferdinando (il fatto non era nuovo in questa famiglia) per entrare a Palermo nell'Istituto dei Chierici Regolari dell'Ordir di San Gaetano da Thiene.
Compi il Noviziato teatino a Palermo nella chiesa di San Giuseppe e nel 1666 ricevette a Roma l'Ordine sacerdotale, consacrandosi definitivamente a Dio.
La personalità del giovane religioso mostrò subito spiccate, eccezionali qualità: umiltà, integrità di vita compassionevole carità per gli ultimi e per i sofferenti, unite ad un grandissimo amore per il sapere. Al greco e al latino che gi erano familiari dagli anni della fanciullezza, aggiunse una profonda conoscenza dell'ebraico, dell'arabo, del caldeo e, sembra, anche della lingua etiopica, studi ai quali si era applicato per giungere alla lettura diretta dei testi originali delle Sacre Scritture e quindi al nucleo germinale della verità cristiana. In tal modo il Tomasi acquistò una tale approfondita e vasta perizia nelle conoscenze bibliche nella patristica e nella liturgica, da divenire, con le sue idee, le sue intuizioni, suoi suggerimenti, il sicuro punto di riferimento da parte di Papi e Cardinali della Curia romana che richiesero a lui lumi e pareri.
In questo campo fu autore di numerose opere pubblicate, sotto il modesto pseudonimo di Giuseppe Maria Caro (dal nome degli antenati materni) Prete scritte tra il 1680 e il 17122, nelle quali propugnò riforme tendenti a riportare culto a forme di semplicità primitiva. Le sue indicazioni furono in gran parte recepite nella riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, soprattutto per quanto attiene all'opera di apostolato che tutti i fedeli possono svolgere nel seno della Chiesa per contribuire ad un comune cammino di crescita spirituale.
Ma la sua vita restava semplice, pia, caritatevole, dedita ad un amore per il prossimo che non conosceva misura.
Tante virtù non potevano passare inosservate nell'ambiente della Curi romana dove già godeva fama di ecclesiastico competente e santo. Non fa meraviglia, dunque, se nel Concistoro del 18 maggio 1712 Papa Clemente XI decidesse di insignirlo della porpora cardinalizia.
La sua modestia gli fece rifiutare il mandato ufficiale comunicatogli dai Ministri delle Cerimonie, giustificandolo egli col giuramento fatto quando aveva preso i voti che mai avrebbe accettato alcuna Dignità.
Clemente XI lo dispensò da quel voto che si addossò sulla propria coscienza e gli impose di accettare. Accettò per ubbidienza ma si impose alcune riserve che ne lumeggiano in modo esemplare figura e carattere. Alla Chiesa ricca e trionfante dei suoi tempi antepose la Chiesa silenziosa, umile e missionaria alla quale dedicò ogni sua energia; non indossò mai la porpora di seta rifiutò sempre il titolo di Eminenza (..."Che Eminenza, che Eminenza, sono quello che ero prima...")
Diversamente dagli altri porporati, si tenne lontano dal fasto dell'aristocrazia romana e continuò a vivere in una casa modesta e disadorna circondato da una corte di umili (tra cui anche dei ciechi e degli storpi) ai quali in seguito avrebbe destinato tutto il suo patrimonio personale.
Nel brevissimo periodo di cardinalato si ricordò di Torretta, il più piccolo dei possedimenti feudali della sua famiglia, alla quale lo univa un forte legame di ricordi incancellabili avendovi trascorso gli anni della fanciullezza e, in seguito, altro periodo, alla fine del Noviziato, quando, colpito da grave malattia (fu sempre di salute molto cagionevole), i medici gli consigliarono di curarsi a Torretta dove l'aria di collina era molto salubre. Torretta era a quel tempo un piccolo paese con appena un centinaio di anime, come allora dicevasi, raccolte attorno alla chiesa parrocchiale iniziata a costruire dal nonno, don Fabrizio Traina. Nel 1712 il Cardinale Tomasi inviò da Roma mille scudi d'oro (e forse pure prospetti e disegni) per la costruzione di una chiesa più grande e più son tuosa che egli volle in un certo modo esemplata sul Duomo di Palma, fatto costruire dal padre, il Duca Santo: non altrimenti potrebbe spiegarsi la sontuo sità di questo tempio barocco, adorno ancora sulla facciata dello stemma cardi nalizio del Santo, il quale, non diversamente da quello di Palma, si eleva al di sopra di una monumentale scalèa e domina il centro abitato di Torretta o, più precisamente, quello che allora era un piccolo, umile paese.
La morte, che egli considerava come premio del riposo eterno e soleva chiamare "Janua Coeli", lo colse serenamente nel sonno, il 1° gennaio 1713 appena un anno dopo dalla sua elezione a Cardinale. Fu sepolto a Roma nella chiesa di cui portava il titolo cardinalizio di San Martino ai Monti dei padri Carmelitani, ai piedi dell'altare dedicato a Sant'Alberto.
Chiamato già in vita il "Cardinale Santo" , dopo la sua morte pervennero alla Santa Sede moltissime lettere postulatorie che chiedevano l'apertura del processo di beatificazione di colui che già molti veneravano come Servo di Dio. Così a circa ottant'anni dalla sua scomparsa, nel 1803 veniva emesso il decreto di bea­tificazione che avvenne in forma solenne nella Basilica di San Pietro ad opera di papa Pio VII. La Chiesa decise di celebrarne la festa il giorno 3 gennaio.
Fin dal 1945 il parroco di Torretta, don Gioacchino Guccione, a nome di un Comitato locale da lui promosso e presieduto da S.E. Pietro Tomasi di Lampedusa marchese della Torretta, Presidente del Senato d'Italia, presentava a Pio XII richiesta formale di una reliquia del Beato Tomasi per la chiesa parroc­chiale di Torretta, richiesta esaudita nel 1948 con la concessione dell'intero suo braccio destro.
L'urna con l'insigne reliquia del Beato giunse a Torretta il 30 gennaio 1949 accolta da una popolazione festante che nutriva profonda venerazione per il cardinale Santo, vissuto tre secoli prima nel castello di Torretta.
Alle porte del paese si erano raccolte le Autorità religiose, civili e militari e, all'arrivo dell'urna, la solenne processione che si venne a formare giunse nella piazza Lampedusa dove, dal balcone d'onore del palazzo dei Principi di Lampedusa, l'arciprete don Gioacchino Guccione, al termine di una Messa speciale che, con significativa coincidenza, cadeva proprio nel terzo centenario della nascita del Beato, impartì alla folla riunita la sua benedizione.
L'ultima immagine che ci è rimasta del palazzo baronale prima della demolizione è proprio quella che mostra l'esposizione dell'artistico reliquario sul balcone d'onore del palazzo avito, prima che venisse trasferito nella Chiesa Madre di Torretta e collocato in una nicchia ai piedi dell'altare maggiore.
Poco dopo si apriva la causa della sua santificazione che già dal 1939 aveva trovato uno zelante sostenitore nel parroco don Gioacchino Guccione il quale, per circa un quarantennio, nella qualità di vice postulatore del processo di canonizzazione, si era adoperato perché il cardinale Tomasi arrivasse alla gloria degli altari. Nel frattempo erano avvenuti diversi miracoli operati per intercessione del Beato, di cui il più clamoroso riguardava proprio una giovane Torretta guarita prodigiosamente da un male terribile e progressivo.
I tempi erano ormai maturi perché Giuseppe Maria Tomasi principe Lampedusa, cardinale di Santa Romana Chiesa, religioso dell'Ordine di S. Gaetano da Thiene, prelato di straordinario prestigio e di riconosciuta santità ecclesiastica, vissuto dal 1649 al 1713, venisse elevato alla gloria degli altari.
La solenne proclamazione ebbe luogo nella Basilica di San Pietro il 12 ottobre 1986, celebrata da papa Giovanni Paolo Il, alla presenza delle massime Autorità civili e religiose dell'Isola e di una folta rappresentanza di Comuni siciliani legati alla storia della famiglia Tomasi (Agrigento, Licata, Ragusa, Palma e Torretta), con i rispettivi gonfaloni, tra cui moltissimi devoti provenienti da Torretta.
Nella sua omelia in onore del nuovo Santo, il Papa Giovanni Paolo Il venne a sottolineare come San Giuseppe Maria Tomasi, con la pienezza della sua vita impersonasse la figura del sacerdote che coniuga l'amore per la dottrina allo slancio ascetico di fraterna pietà per il prossimo; e come rivestisse particolare risalto nel campo liturgico, da lui largamente promosso col suo pensiero e con i suoi scritti scientifici.
La testimonianza del nuovo Santo - ebbe ad affermare il Pontefice - "cade particolarmente opportuna ai nostri giorni - e a venti anni dal Concilio Vaticano II - che così forte incremento ha dato alla vita liturgica. lì Santo che oggi proclamiamo - così proseguiva - ci aiuta infatti a comprendere e realizzare questo rinnovamento nel senso giusto". Infine, rivolgendosi al nuovo Santo, il Papa concludeva l'omelia con queste parole: "...con la Chiesa ringrazia il divi no Pastore anche la tua Sicilia. Essa esulta per la luce che tu le doni e che si aggiunge a quella di altri Santi della sua bimillenaria storia cristiana...”.
DECRETO

Umberto I, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Re d'Italia.

Ci piacque, con Decreto del 16 maggio ultimo, concedere al Comune di Torretta (Palermo) la facoltà di fare uso di uno stemma civico speciale. Ed essendo stato tale Nostro Decreto, registrato alla Corte dei Conti, e trascritto nei registri della Consulta Araldica e dell'Archivio di Stato in Roma, vogliamo ora spedire solenne documento all'accordata grazia al Comu ne concessionario. Perciò, in virtù della Nostra Autorità rea le e costituzionale, dichiariamo che il Comune di Torretta in Provincia di Palermo ha diritto di fare uso dello stemma mi niato nel foglio qui unito, che è: di rosso alla torre cimata da un'aquila nascente, il tutto d'oro. Lo scudo sarà sormontato da corona formata da un cerchio di muro d'oro, aperto di quattro porte, sormontato da otto merli dello stesso, uniti da muricciuoli d'argento.
Comandiamo poi alle Nostre Corti di Giustizia, ai Nostri Tribunali ed a tutte le potestà civili e militari di riconoscere al Comune di Torretta i diritti specificati in queste nostre let tere patenti, le quali saranno sigillate con nostro Sigillo Reale, firmate da Noi, dal Presidente del Consiglio dei Ministri, e vedute dalla Consulta Araldica.
Dato a Roma addì quattro del mese di Luglio dell'anno Milleottocentottantanove, dodicesimo del Nostro Regno.
P.to Umberto I
Visto e trascritto nei Registri della Consulta Araldica, oggi quattro luglio 1889.
Il Cancelliere della Consulta Araldica.
Crispi
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